
sommario
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Finalmente, dopo un lungo periodo di silenzio, il gruppo Naima dell’associazione Al suq è riuscita nel suo progetto più ambito: far suonare tutti coloro che sanno "armeggiare" uno strumento musicale e che almeno una volta abbiano messo piede nella sala prove di Le Crete. In due tappe, con un mare di spettatori (forse quaranta sommando le due serate) ci siamo divertiti come in poche altre occasioni, suonando generi vari: dal latin-rock dell’universalmente conosciuto Santana al funky, passando per il reggae puro di Bob Marley e per quello rivisitato dei Police di Sting.
Due occasioni per rendersi conto di quanto ci si può divertire con la musica, senza andare alla ricerca del successo: solo per divertimento, only for fun, proprio come si chiamava un progetto musicale di un mio amico…
Così, tra un diluvio inaspettato e un rapido spostamento di tutte le attrezzature dal campo parrocchiale al Palazzetto dello Sport di via Aldo Moro, abbiamo colto il vero succo della musica "amatoriale": il divertimento, l’armonia, lo stare insieme senza il bisogno di far emergere protagonisti, creando solo amicizie tenute unite da un unico, indissolubile collante, la musica.
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Dal 1975 e per i 17 anni successivi il Libano fu teatro di una violenta guerra civile. Eserciti stranieri invasero il paese, svariate fazioni furono in lotta.150 mila libanesi persero la vita nel conflitto, che lasciò il paese in condizioni catastrofiche. Ancora oggi, il Libano porta il fardello di 17 anni di lotta. La sera del 25 luglio 2000, a Beirut, Said, 31 anni, libanese, mi racconta la sua esperienza di una guerra vissuta da bambino e da adolescente.
Ricordi un avvenimento che ti ha fatto capire, per la prima volta, che c’era la guerra in Libano?
Sì, dovevo avere circa sette od otto anni.Vivevo nel sud, a Mashmoush [Paese a circa 60 km da Beirut – N.d.r.]; un giorno ci fu un combattimento tra un velivolo israeliano e uno dell’esercito siriano. L’aereo siriano fu abbattuto e cadde. Pochi giorni dopo, io e i miei amici andammo a vedere i resti dell’aereo nel punto in cui era caduto. Fu la prima volta che vidi qualcosa della guerra: prima ne avevo solo sentito parlare; nella mia memoria di bambino, allora di certo non interessato alle notizie in televisione, rimane il ricordo di qualcosa che ho visto, e non sentito, come primo segno della guerra. Ricordo che fu quasi un gioco, per due motivi: era la prima volta che vedevo un aeroplano, ed era anche la prima volta che assistevo ad un reale combattimento di guerra. Un aeroplano è qualcosa che solitamente non puoi raggiungere, perché vola alto nel cielo; ma quando lo vedi in terra, ti senti grande, ci puoi giocare e lo puoi toccare. Quel fatto segnò nella mia memoria l’inizio della guerra: per me fu un gioco insolito, che non capita di fare ogni giorno…ero un bambino fortunato, dopo tutto!
Andando avanti con gli anni, c’è un fatto, bello o brutto, che ancora oggi riconduce i tuoi pensieri direttamente alla guerra?
Sì, lo ricordo bene perché è molto recente, era il 1989, e lavoravo part-time come autista del pulmino di una scuola a Beirut. Era l’inizio degli scontri portati dal generale cristiano Aoun; i combattimenti iniziarono proprio mentre stavo portando a casa i miei scolari, tutti bambini dai quattro anni in su. Le bombe cadevano vicino all’autobus, e io ero l’unica persona ad avere il controllo della situazione e la responsabilità verso i bambini. Mi trovavo a metà strada tra due possibilità: tornare alla scuola, o continuare e portarli a casa. Dovevo correre il rischio e prendere una decisione: continuare era meno pericoloso che tornare, così riuscii a portarli tutti quanti alle loro famiglie. Allora tornai alla scuola; quando arrivai, mi resi conto che sull’autobus era rimasto un bambino di circa quattro anni. Aveva dimenticato il suo cognome e la sua classe: non sapevo nulla di lui, e nemmeno cosa farne. Chiamai gli insegnanti, che rintracciarono i genitori, e questi vennero a prenderlo. Era la mia prima settimana di lavoro.
Il problema, ora, era che non potevo ritornare a casa mia, vicino a Jounieh [Località costiera a nord di Beirut – N.d.r.] né chiamare i miei genitori: tutte le strade erano chiuse e le vie di comunicazione interrotte; fui prigioniero a Beirut per un mese senza poter chiamare a casa. Dopo un mese i combattimenti cessarono, ma le strade erano ancora chiuse. L’unica via per uscire dalla città verso Jounieh era passare per il tunnel di Nahr al Kalb [Fiume alla periferia di Beirut, verso Jounieh – N.d.r.], che pur essendo chiuso e minato, aveva un piccolo passaggio senza mine: dovevi tentare di attraversarlo sperando di sopravvivere. Il giorno in cui lo attraversai fu terribile e io ero terrificato. Tutto era cambiato: strade chiuse, militari dappertutto. Speravo solo di trovare qualcuno che conoscevo: fortunatamente vidi mio zio con la sua auto, e lui mi portò a casa; fui fortunato, perché altrimenti avrei dovuto camminare.
Questa fu la mia prima esperienza forte, matura e vicina alla guerra: la vidi da vicino, non restandone lontano come fu fino ad allora.
Eri un bambino all’inizio della guerra, sei maturato nella guerra: che cosa ti ha lasciato?
È difficile rispondere a questa domanda: ho condotto una vita nella guerra, e quindi non ho potuto vedere la differenza tra la mia situazione e una in cui la guerra non c’è. Non so dire come potrebbe essere stata la mia vita senza di essa, quindi è anche difficile per me tracciare i risultati di questo conflitto. Penso che, comunque, senza la guerra ci sarebbe stata una situazione economica migliore in termini generali. Personalmente, ho perso tempo durante quegli anni per la mia istruzione, circa due o tre anni di scuola. Sto ancora vivendo nella guerra dal punto di vista del lavoro e della realizzazione di qualcosa per me. È come se non avessi avuto la possibilità di fare qualcosa nella mia vita. Mi sembra di lavorare solamente da quest’anno, quando in realtà lavoro dal 1994, ma purtroppo a causa della guerra non sono ancora niente.
Con questo conflitto è cambiata la vita sociale: la situazione morale della gente è peggiorata. In tempo di guerra a nessuno importa dell’etica; ognuno pensa solo a difendere se stesso e non si sente colpevole di nulla. Questo sentimento rimane dentro anche quando la guerra è finita, perché uno ci si abitua, e conserva questo sentimento dentro di sé per tutta la vita. È una sensazione che si avverte nella società in generale, e che mi è facile vedere.
THANKS TO: SAID KHAWAND
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Ho molto gradito il primo numero di questo giornalino, che trovo assai interessante per la ragione che qui mi avvio a spiegare. Vi sono in esso contenuti, infatti, due articoli di particolare importanza, allo scopo d’intraprendere un dibattito sulla realtà che ci circonda. Il primo è l’editoriale, dove viene illustrata la genesi di al suq e i propositi che questo si prefigge; a mio avviso quelle righe costituiscono la TESI, cioè il momento astratto o intellettivo. Qui si parla del sogno che sta alla base di questa esperienza, quello di “riempire ogni angolo di strada di persone spinte dal desiderio di trovarsi, di stare assieme” (un sogno di cui, come si legge nell'articolo successivo, è intriso il nome dello stesso Progetto Giovani - Don Chisciotte: azzeccatissimo). Se non che giunge l’articolo seguente a riportarci tutti con i piedi per terra. Questa volta chi scrive è Roberto Cesaro, che con il suo efficace stile conciso e pulito ci offre il momento negativamente razionale, ossia l’ANTITESI. In “Com’è andata?” viene proposto un “resoconto di un cineforum quasi ignorato”, dove il ‘quasi’ è quanto meno un intruso. In poche parole viene detto: c’era ‘sto cineforum, venivano proiettati dei film divertenti (non polpettoni di 5 ore!), era gratis…e non è venuto nessuno!!! “Cosa avranno di tanto importante da fare il mercoledì sera dopo cena gli Altinati vecchi e nuovi, e in particolare i più giovani?”. Questa la domanda che assilla il povero Roberto e con lui, forse, qualcun altro. Quindi, col vostro permesso, m’accingerei a fornire una mia personale SINTESI. Ma non sperate io m’impegoli nelle solite sterili indagini sociologiche , sul come si possono attrarre i giovani, a cosa sono interessati, ecc. ecc. Quello che mi preme invece esprimere chiaro e tondo è questo: qualsiasi forma di aggregazione fine a se stessa è, in quest’epoca, comunque destinata a fallire. Accade, questo, essenzialmente per la cronica mancanza di tempo e prospettive di vita elevata; l’uomo postmoderno è perennemente assillato da incombenze pratiche per la maggior parte assolutamente inutili. Il bisogno indotto, emblema della dittatura più subdola, ha calpestato e snaturato l’essere umano, trasformando l’individuo in quanto di più brutto e barbaro la storia ci abbia mai mostrato. La cosiddetta società civile impone ormai una coatta omologazione a pensare come SI pensa, agire come SI agisce, senza più lasciare spazio all’esistenza autentica. Imperanti sono l’ipocrisia, i rapporti d’interesse e l’ignavia; le persone non sono più capaci di dialogo, anzi: non hanno più nulla da dire, se non discettare sull’importanza di acquistare l’ultimo modello di cellulare che il mercato questa settimana propone. In tanto collasso della società, gli uomini ovviano all’angoscia esistenziale rifugiandosi dentro se stessi e nascondendosi quindi nella massa, alla quale partecipano non certo attivamente, bensì per mezzo del più becero ‘divertissement’. Ma ciò che ci deve togliere ogni speranza è che tutto questo entropico decadere si mostra, anno dopo anno, mese dopo mese, sempre più rapido e inesorabile. Probabilmente codeste considerazioni appariranno ai più pessimistiche, ma a questi posso unicamente rispondere che peccare d’ottimismo, ai nostri giorni, costituisce errore grave e disdicevole, soprattutto per chi possieda un minimo di capacità critica.
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DIVERTISSEMENT TRA LETTERATURA E COSTUME
Luigi Meneghello, in quel capolavoro della letteratura a metà tra l’ufficialità della lingua italiana e l’ufficiosità del dialetto che è Libera nos a Malo (1963), parlando dei calzoncini che era costretto a portare da fanciullo – erano gli anni tra le due guerre – scrive che «corti e larghi» (come li volevano loro ragazzi) o «lunghi e stretti» (come li volevano madri e zie) in ogni caso «non andavano oltre il ginocchio, naturalmente, perché quello era uno dei pochi distintivi di classe, la braca a mezza gamba dei popolani scalzi; ma fino a un dito dal ginocchio purtroppo sì. Oggi la braca corta s’è rifugiata nelle campagne e nelle colline, in città mi dicono che trionfa addirittura l’esotica braghessa "all’inglese". Ho visto su a Feo dei montanarini vestiti da festa, coi galloni tutti scoperti. Non c’è più religione».
L’«oggi» di Meneghello erano i primi anni ’60. Nell’oggi mio (quarant’anni più tardi) si può assistere al completamento di tale venir meno della religione di costume; e se in quell’«oggi» egli si stupiva di vedere i «montanarini di Feo» andare in giro con le cosce di fuori, chissà cosa dirà oggi vedendo come la «braca a mezza gamba dei popolani sclazi» spopoli tra la gioventù maschile delle nostre città e delle nostre periferie. Be’ – penserà qualcuno – in mezzo a tanto progredire tecnologico, un ritorno ai costumi dei propri avi potrebbe significare una ferma volontà di equilibrare le parti, evitando una catastrofica sopraffazione della modernità – sì, potrebbe...
Nel frattempo però la moda femminile, per non esser da meno, è andata a ripescare tradizioni ancor più remote, addirittura di origine greco-romana, e se ne è uscita… in mutande (anzi: con le chiappe di fuori, dato l’oramai universale imperversare del perizoma). Infatti, nel I secolo d.c. Albio Tibullo – il poco letto poeta elegiaco latino – biasimava le vesti di Coo, tanto trasparenti quanto amate dalle lascive fanciulle romane, al punto da essere considerate tra le cuase della loro avidità. Anzi: gran parte dei maggiori poeti del tempo biasimavano questi tessuti esotici, vestita dei quali una donna «la puoi vedere come se fosse nuda» (Orazio); biasimavano, sì: tuttavia, nel frattempo, si gustavano l’occhio. Lasciamo quindi ai poeti d’allora il diritto di giudicare e condannare: noi, qui e ora, limitiamoci semmai a registrare quest’attuale appariscente moda estiva delle «belle braghe bianche». E visto che ci è permesso… gustiamoci l’occhio pure noi!
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Come? Abbiamo pescato Quarto? Ma no, semplicemente l'abbiamo messo in internet. Già da qualche giorno, infatti, è attivo e visitabile il nuovo sito web del Comune di Quarto d'Altino all’indirizzo www.provincia.venezia.it/comune.quartoaltino. Realizzato per fornire informazioni sul paese, e non solo, questo sito non poteva mancare in un mondo che sta utilizzando sempre più internet come principale mezzo di comunicazione multimediale. Nel sito si possono trovare le descrizioni della storia del pese e del suo territorio, le varie manifestazioni che vi si tengono, le indicazioni su come arrivarci [a Quarto] ed [anche] molti altri servizi. Tra questi ci sono i numeri e gli indirizzi utili, i collegamenti ad altri siti associati al Comune di Quarto d'’Altino e, per ultima ma non meno importante, la Mailing List. Eh ? La che ? Sì, la mailing list, cioè un servizio dove tutti gli utenti potranno richiedere di farsi inviare direttamente nella propria casella di posta elettronica tutte le novità sul Comune, come manifestazioni o informazioni generali, gli aggiornamenti del sito e molte altre cose. Insomma, un modo semplice e pratico per essere sempre a conoscenza delle novità del proprio paese. L’ultima cosa da segnalare è la volontà di far crescere il sito in base ai commenti, alle critiche ed alle idee che gli utenti invieranno tramite la sezione “Scrivici” presente tra i vari servizi. A questo punto l’unica cosa da fare è prendere un computer, collegarsi ad internet e fare una visita al sito. Non mi resta che salutarvi e augurarvi una BUONA NAVIGATA !!!
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RUBRICA.CONSIGLI D(')AL SUQ
Itinerari sconti veneziani
Era l' ottobre 1989; Antonella Ruggiero, la voce indimenticabile dei Matia Bazar, decide di abbandonare il gruppo, con cui aveva condiviso una lunga carriera artistica iniziata nei primi anni `70, per 1'esigenza di riappropriarsi di una vita "normale". Per diversi anni vive lontano dalla scena musicale: ha un figlio, inizia a viaggiare per il mondo godendosi la sua riacquistata libertà. E' proprio durante uno di questi lunghi viaggi che la passione per la musica si risveglia in lei: in India, infatti, scopre sonorità ed atmosfere che 1'affascinano e la ispirano, tanto da stimolarla a tornare a cantare. E' con "Libera", il suo primo album solista, pubblicato nel gennaio 1996, che Antonella Ruggiero si ripresenta al pubblico, grazie ad un riuscito connubio tra ritmiche occidentali e suoni dell'antico Oriente. Le ottime esibizioni che precedono quelle di Sting, nella tournèe della Primavera 1996, testimoniano 1'interesse suscitato dal ritorno di Antonella sulla scena musicale. Nell'estate 1997 Antonella entra in studio con il suo produttore, Roberto Colombo, per lavorare sul nuovo album, ed insieme decidono di riprendere in mano le canzoni più significative del repertorio dei Matia Bazar per riproporle in un diverso contesto musicale. L'interesse di entrambi per i nuovi orizzonti sonori proposti dalle giovani band italiane li spinge a coinvolgerne alcune nella rilettura dei brani. Ne scaturisce un disco, “Registrazioni Moderne”; pubblicato nell'Ottobre 1997 e preannunciato dal singolo "Per Un'Ora D'Amore" (con la partecipazione dei Subsonica), che esemplifica alla perfezione la riuscita unione tra i mondi di due diverse generazioni di musicisti. A conferma di ciò, le varie "Fantasia" (Bluvertigo), "Solo Tu" (O.T.R. e La Pina), "Vacanze Romane " (Rapsodjia Trio), "Ti Sento " (Timoria), dimostrano come dei ‘classici’ del pop italiano possano essere riproposti ed ‘aggiornati’ in maniera del tutto insolita ed originale. "Registrazioni Moderne" restituisce definitivamente alla scena musicale italiana una voce unica, come quella di Antonella Ruggiero, capace di muoversi all'interno dei vari episodi del disco con invidiabile dimestichezza ed una gran voglia di sperimentare. (notizie biografiche tratte dal sito ufficiale di Antonella www.antonellaruggiero.com dove potrete trovare i testi delle canzoni e molte altre informazioni). Nei migliori negozi di dischi sono disponibili i seguenti CD: LIBERA, 1996; REGISTRAZIONI MODERNE, 1998 (contenente Amore Lontanissimo, secondo classificato a San Remo 1998); SOSPESA, 1999 (contenente Non ti dimentico, secondo classificato a San Remo 1999); ed inoltre THE VERY BEST OF MATIA BAZAR – SOUVENIR, 1998, per riascoltare i grandi successi dei Matia nelle versioni “classiche”.