
sommario
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GUIDA AL NAVIGATORE AUTOCOSCIENTE
Come amante della natura voglio rivolgere qualche parola ad una precisa categoria di persone: i possessori di barche a motore. Questo scritto, vista la piccola diffusione del mezzo di comunicazione di cui mi servirò, non ha certo la pretesa di raggiungerli tutti. Inoltre le cose che sto per dire non sono una novità, quindi non intendo insegnare niente a nessuno. Voglio solo richiamare l’attenzione dei lettori su un problema che mi sta molto a cuore e cioè la velocità dei natanti sulle vie d’acqua.
Io per la mia personale esperienza non riesco a capire fino in fondo le ragioni che spingono una persona a comprare una barca a motore. Ossia esse possono essere molto diverse per ciascuno, ma escludendo i pochi che possiedono una barca per motivi di lavoro, penso che la maggior parte lo faccia per raggiungere luoghi che altrimenti le sarebbero preclusi durante il proprio tempo libero; in altre parole per provare una particolare forma di divertimento. Fin qui penso che siamo tutti d’accordo, ma il fatto è che si può ottenere lo stesso risultato con una barca a remi o a vela, cioè con mezzi puliti, mezzi che non provochino alcun danno all’ambiente circostante. Ciò premesso, io rispetto tutte le scelte, quindi non pretendo che l’intero popolo dei navigatori si converta alla navigazione ecologica (decisamente più faticosa).
Voglio però portare l’attenzione di voi frequentatori di fiumi e lagune sugli effetti che può avere un uso sbagliato della vostra imbarcazione. Innanzitutto, credetemi, correndo come idioti lungo il fiume vi negate una gran parte del godimento che potrete trarre percorrendo le vie d’acqua. La velocità come risultato della tecnologia ha un suo valore, sostanzialmente quello di risparmiare tempo, ma quando si parla del tempo utilizzato per viaggiare c’è un’evidente perdita di senso. Perché ci si sposta se non per guardarsi introno, scoprire nuovi luoghi, oppure per ritrovarne di già noti ai quali ci sentiamo particolarmente legati?
A me sembra che questo fatto di sfrecciare sull’acqua come sull’asfalto richiami più che altro la coazione a correre che ci è imposta dai ritmi della produzione, come se anche quando smettiamo di lavorare ci sentissimo spinti a correre ancora. L’assurdo è che per esempio sulle strade la maggior causa di incidenti mortali assieme alla nebbia ed al ghiaccio siano i periodi di vacanza. Sì, è vero, c’è l’effetto “vento nei capelli” che può essere molto piacevole, ma è una sensazione che si può provare correndo a piedi come, al limite, in presenza di vento, anche standosene fermi. Insomma, cari possessori di barche a motore, prendetevi il gusto di andare piano innanzitutto per voi stessi, e se proprio non ci riuscite pensate almeno ai danni che il vostro correre porta ai già martoriati fiumi e lagune sui quali vi trovate.
A questo punto mi piacerebbe raccontare la mia non poi così recente esperienza di adolescente pescatore. Si tratta solo di una ventina d’anni fa, ma sul fiume dietro casa passavano ancora le ultime voluminose e lente chiatte per il trasporto di materiali che facevano la spola tra i centri della gronda lagunare e i porti fluviali di Casale, di Casier e di Fiera. All’epoca avevo spesso modo di osservare il fiume e la sua vita. Allora le principali minacce erano costituite dagli scarichi urbani, dagli sversamenti di sostanze inquinanti da parte di alcune industrie poste lungo l’asse fluviale e dal drenaggio dei prodotti chimici usati in agricoltura. Ora sarebbe stupido affermare che queste cause di degrado ambientale siano state rimosse, anche se qualcosa per limitarle indubbiamente è stato fatto; in compenso se ne sono aggiunte di nuove. Quando frequentavo il fiume da appassionato di pesca era comunque ancora possibile osservare la presenza di una variegata flora acquatica lungo tutte le rive. Queste dal canto loro erano per lo più stabili e ben consolidate. L’acqua, seppur già inquinata, appariva limpida e verde.
Poi è venuta questa moda di farsi la barca per scorrazzare liberamente sull’acqua. Il fenomeno negli anni ha raggiunto dimensioni di massa. Da questo momento in poi ho osservato un progressivo impoverimento delle rive sia come varietà biologica, sia come limpidezza delle acque, continuamente smosse dal passaggio dei vostri simpatici mezzi a motore, sia come stabilità degli argini, che in molti punti sono crollati sotto la sferza del moto ondoso.
Ora, a vent’anni di distanza osservo il fiume dal mio kaiaco, ma mi sembra un altro fiume, più che altro una chiavica. Questo è ormai il Sile dalla diga di Casier alle foci per chi ha quel tanto di anni che bastino per ricordarsi com’era prima di questa moda del barchino, del gommone e del motoscafo marino lanciati a tutta birra. Di questo siete responsabili anche voi, voglio dire a quel gruppo di turisti dal sorriso beota che qualche tempo fa mi è capitato di veder sfrecciare dalla riva di Cendon mentre si godevano il loro amato “vento nei capelli”.
quella notte meravigliosa
passata in una tenda iglù
sul bordo di una scogliera
col mare in tempesta.
sentivo la pioggia che batteva
e la furia del vento:
io ti pensavo, lì dentro.
un'altra volta nel kajak
perso nel mare calmo
poco fuori dalla laguna,
bianco di nebbia intorno
e la riva deserta a lato:
anche lì ti ho pensato.
r. c.
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AL BANDO L'ERBA... FUMATEVI L'URANIO
Uranio impoverito e droghe leggere sono due questioni che recentemente sono tornate ad interessare l’opinione pubblica; se n’è quindi discusso. Certo, sempre troppo poco e con scarsissima cognizione di causa, con censure sciagurate e gretto manicheismo, ma se n’è parlato.
La polemica attorno alle canne è scoppiata quando il ministro Umberto Veronesi ha svelato uno di quei segreti di Pulcinella che fanno entrare in crisi le pusillanimi coscienze dei molti ipocriti censori e preti bigotti che abbiamo in Italia. L’illustre scienziato, al quale piace parlare chiaro, non ha fatto altro che riportare i risultati di una delle tante inchieste svolte allo scopo di indagare usi e costumi della popolazione. Cosa è emerso? Rullo di tamburi e squilli di… trombe: il consumo dei derivati della canapa indiana è diffusissimo e, soprattutto, non relegato ad una precisa fascia d’età o ceto sociale, bensì è un fenomeno di massa, in costante aumento.
Il grande filosofo Spinoza (1632-1677), con poche e semplici parole, ci fornisce una limpida spiegazione di quanto sta accadendo in tutti i paesi afflitti da politiche proibizioniste: ”Tutte le leggi che possono essere violate senza che nessuno ne soffra sono destinate a essere messe in ridicolo”; la legge contro la marijuana, dunque, è immorale come principio e inapplicabile in pratica.
Un’accurata trattazione di questa materia richiederebbe spazio che qui non ho, tuttavia è fondamentale porre l’attenzione sull’oscurantismo del quale l’opinione pubblica è vittima. Quanti di voi, per esempio, sono a conoscenza delle pagine scritte sull’argomento da personaggi come Erodoto, Plinio il Vecchio, Dioscoride, Hildegarda di Bingen (santa estatica!!!), papa Giovanni XXI (al secolo Pietro Ispano) e Marco Polo (solo per fare qualche nome e trascurando volutamente gente come De Quincey, J. Moreau e Baudelaire)? Nonostante l’impressionante quantità di documenti esistenti, però, le posizioni dell’uomo della strada continuano a restare divise tra chi tollera (sia persone informate e razionali, sia emeriti ignoranti che della cannabis apprezzano unicamente la funzione ludica) e chi non tollera (a causa di carente cultura e/o dogmatismo ingenuamente moralistico).
Con pindarica agilità e destrezza è ora il momento di spostarci sulla questione dell’uranio impoverito. Anche qui le menzogne più atroci si sono sprecate e tutti si sono allegramente bevuti ciò che il più infame dei poteri (quello militare) ha dispoticamente imposto come unica verità. “L’uranio” - ci hanno detto - “non fa male, è innocuo!”
Ma dai!!! Chi può crederci? Avete visto, per caso, l’ormai celeberrimo documentario girato dieci anni fa per RAI2 dal regista D’Onofrio, intitolato “La sindrome del Golfo”? L’hanno messo in onda, richiesto a gran voce da più parti, solo quest’inverno, naturalmente a tarda notte…
Chiunque verifichi cosa è successo a molti reduci del Golfo, ma soprattutto veda le condizioni delle povere creature che hanno messo al mondo, non può non provare un istintivo moto di ribellione e disgusto verso quei militari e politici che spudoratamente negano l’eloquente evidenza.
Sull’efficacia (nulla, secondo me) della guerra come strumento per diffondere la democrazia (come viene paradossalmente reclamizzata) non sprecherò parole, ma vorrei invitarvi a riflettere sulla scelleratezza dei democratici governi al servizio delle industrie della morte. Come aspettarsi il rispetto dell’uomo in un mondo che ha rigettato ogni etica, in favore dei più falsi moralismi? Un mondo, insomma, dominato da culture fortemente dogmatiche e quindi intolleranti (come lo sono tutte le grandi religioni monoteiste che, per coerenza ai principi che propugnano, possono accettare solo chi s'adegua ai loro precetti).
Il ‘900 ci ha mostrato lager e gulag, che ad una persona non cerebrolesa dovrebbero già spiegare tanto: a volte l’uomo è peggio delle bestie. Ma il breve e travagliato secolo ha soprattutto avuto Hiroshima e Nagasaki, episodi ben peggiori, in cui gli uomini hanno dimostrato di poter fare il male illudendosi di servire la civiltà!
Dopo queste infernali catastrofi, i vigilantes del pianeta non si sono certo fermati e hanno continuato, tra le altre cose, col Napalm che arrostiva i bambini vietnamiti e, oggi, con quelle simpatiche bombe all’uranio che avvelenano irrimediabilmente tutti i territori colpiti.
Ma l’uomo della strada continua imperterrito ad accettare supinamente governi che attuano indiscriminato proibizionismo da una parte e criminale omertà dall’altra. M’auguro con tutto il cuore che, almeno, conosca le terapeutiche funzioni della vaselina.
MEDITATIO
When I carefully consider the curios habits of dogs
I am compelled to conclude
That man is the superior animal.
When I consider the curios habits of man
I confess, my friend, I am puzzled.
ezra pound
[MEDITATIO - Trad.: Mary de Rachewittz - ]
Quando osservo attentamente le strane abitudini dei cani
Mi tocca concludere
Che l'uomo è un animale più evoluto.
Quando osservo le strane abitudini dell'uomo
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RUBRICA.RACCONTIAMO TUTTA LA STORIA
Questo articolo non vuole essere uno stimolo al consumo di erbette varie, ma vuole essere solo un incitamento ad una seria conoscenza, perché un’informazione indipendente e senza isterismi è una chiave fondamentale per affrontare ogni vero dibattito, soprattutto quando si parla di salute, educazione e civiltà.
Negli ultimi tempi negli ambienti della politica, nei mezzi di informazione (??!!??!!) quali televisione e stampa, o nel recente forum sulle droghe, si è sempre più parlato della questione delle droghe leggere e della loro legalizzazione. In realtà non c’è mai stato un vero dibattito né tanto meno vera informazione su che cosa siano la Marijuana e l’Hashish; lo spettacolo a cui abbiamo assistito è stata la solita carrellata di proibizionisti ipocriti e ignoranti che parlano di valori morali da difendere, salute ecc ecc..
Questi personaggi non sanno minimamente quello che dicono, sparano solamente conoscenze da bar, e chi dovrebbe informare non lo fa. Allora a tutti coloro che vogliono auto-informarsi propongo una serie di trattati sulla Marijuana e derivati, saggi che parlano della sua storia, del suo consumo nel mondo, perché e quando è stata proibita, di tutti i suoi svariati impieghi, se ci possono essere rischi per la salute ecc.
Una breve bibliografia:
D. PIOMETTI, Storia della canapa. Breve ma veridica, Ed. Stampa Alternativa.
AA.VV., Il Canapaio, Ed. 1-900-w.c.?
MICHKA, Canapa: la rinascita della cannabis, Ed. Libro del Leoncavallo
Altri testi li troverete in grosse librerie come la Feltrinelli, nella quale potrete inoltre scovare una serissima e aggiornatissima rivista tutta sulla Canapa, CANNABIS, appunto.
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RUBRICA.CONSIGLI D(')AL SUQ
Itinerari sconti veneziani
Se qualcuno di voi avesse mai provato interesse per i culti Bacchici dell’Antica Grecia, o per le cene “Trimalcioniche” ai tempi dei Romani, in cui i commensali di drogavano – letteralmente – di cibo e di sesso, allora non si lasci perdere un saggio ironico e suadente come Afrodita di Isabl Allende (Feltrinelli, £ 16500). L'autrice riesce a conquistare pienamente l’attenzione del lettore, facendolo divertire col semplice ricorso a spiritosissimi aneddoti, a metà tra il piccante e il burlesco, trasportandolo in continui “viaggi”, per lo più ambientati tra l’esotica America Latina, la moderna California e il vecchio Continente. Questo libro, che dalla prima all’ultima pagina parla di sesso, non scade neppure per un istante nella volgarità. La Allende infatti elenca un’infinità di ricette (cucinate in via sperimental-preventiva da una cuoca autorevole quale sua madre) invitando i lettori a provarne gli effetti afrodisiaci, accompagnondoli prima nell’esaminazione degli ingredienti, con un’attenzione scientifica, se non addirittura maniacale. Esorta poi a sedurre attraverso l’arte culinaria, per godere del cibo, da condividere dalla sua elaborazione alla degustazione, finendo col suggerire agli amanti di portarsi – e perché no? – le pietanze direttamente nella camera da letto, per praticare così stimolanti giochetti che coinvolgano tutti e cinque i sensi, magari con l’aiuto della più raffinata letteratura erotica.
Il senso del libro – nonché la conclusione che trae la stessa Allende, felice di contraddire tutto il suo lavoro – sta nel dimostrare che niente può essere, alla fine, più afrodisiaco dell’Amore stesso. E quindi questa piacevole lettura può risultare un inno al cibo, al rito della preparazione delle portate, come un invito all’Eros – quello disinibito, ma ricercato, che pochi uomini sanno praticare...
In fine, Afrodita si presenta carino anche nell’estetica, in quanto è interamente cosparso di piccoli disegnini a tema, colorati, che allettano visivamente le pagine; e si presenta bene pure per il carattere con cui è stato stampato: piacevole ed inusuale.
È uno strano consiglio quello che vi sto per dare. Un consiglio d’ascolto, ma di un’opera che non si trova in commercio: un demo musicale di un quintetto jazz nostrano che per gioco – galeotta fu la tecnologia informatica! – è diventato un vero e proprio CD autoprodotto. Il tutto per la gioia di una ristretta cerchia di amici, della quale qualche giorno fa scoprii di far parte anch’io. Inizialmente lusingato, diventai estremamente curioso non appena Paolo mi informò che si trattava fondamentalmente del quintetto che avevamo fatto suonare da Piero’s l’anno prima, durante il Week&jazz, variato solo nei due strumenti "armonici" – la chitarra di Diego Ferrari e il piano di Giordano Giordani – che alternanativamente si erano aggiunti all'ormai consolidata sezione ritmica Vendramin-Valdemarca. Purtroppo quel concerto me l’ero perso, ed ero restato con la voglia di sentire e capire come dei ragazzi di provincia (Italia-Veneto) potessero approdare ad un genere così difficile come il jazz. Specialmente mi interessava risentire l’amata batteria di Paolo – più volte apprezzato per il suo gusto tanto pulito e pignolo quanto sentimentale e coreografico – e la mai sentita tromba di Francesco Landi. Conosciuto circa quattro anni fa in veste di obiettore a Quarto, l’avevo sentito suonare la chitarra nel primo concertino jazz organizzato da “quelli di Naima”. Sapevo dei suoi primi passi con la tromba, avrei saputo qualche anno dopo (da Paolo) dell’abbandono della chitarra, avrei saputo anche delle buone prestazioni al Week&jazz (alla sua prima uscita in pubblico) ma non avrei mai immaginato di ritrovarmelo a così poca distanza così sciolto sulla micro-tastiera di questo nuovo strumento! E che dire dell'amico Paolo, se non che in mezzo ai suoi amici dà sempre il massimo, tanto nello swing quanto nel latin? Federico, poi, lo segue a ruota... problemi 0! Ma andiamo oltre…
Il CD è presentato (da Francesco) come un saluto a Davide "bilia" Scremin (sax alto), il leader del gruppo (che piaccia o meno il jazz ha sempre un leader), in partenza per la Spagna; ma si tratta soprattutto di un omaggio all’amicizia che lega da anni questo gruppo di giovani musicisti: un modo ironico ma intenso di ricordarla.
I brani sono 11, tutti standard: Davis, Parker, Monk, Rollins, Coltrane (con la sempre cara Naima). Grandi musicisti di cui i “nostri” sono riusciti a tenere alto il nome. Non mi credete? Ascoltateveli, a giugno, durante il Week&jazz, e fatemi sapere.
Vorrei parlarvi di un libretto. In biblioteca non c’è, ma costa 18 mila lire e lo si legge in un pomeriggio. Il suo autore è un etnologo, professore all’Ehess di Parigi, e si chiama Marc Augé. A lui si deve la coniazione di una parola: nonluogo; questo, al contrario del luogo, è uno spazio organizzato, ma che non è riferimento identitario per nessuno. Uno spazio in cui nessuno generalmente abita, riconosce se stesso e la propria storia. Per dirla in altre parole, tutti quegli spazi di passaggio come aeroporti, centri commerciali, autostrade, stazioni, villaggi turistici… sono dei nonluoghi. Tutti ci passano, ma normalmente nessuno ci abita. Disneyland e altri nonluoghi. Il turismo e le sue immagini (Bollati Boringhieri, 1999) ha una struttura che colpisce subito chi legge. In «Reportage» e «Cliché», le prime due parti del libro, Augé parla ironicamente di esperienze di viaggio personali apparentemente impacciate e di luoghi famosissimi nell’immaginario turistico, come Mont-Saint-Michel e i fiabeschi castelli della Baviera; passando per Disneyland e Center Parcs, una cupola di plastica in Normandia che contiene un paesaggio tropicale per la gioia dei villeggianti. Nella terza parte, «Passeggiate in città», la realtà e l’immaginario urbani sono descritti nella loro continua interazione: «La città esiste in virtù dell’immaginario che suscita e che vi fa ritorno, che essa alimenta e di cui si nutre, cui dà vita e che la fa rinascere ogni istante». La città reale è evocatrice. In virtù di ciò che essa evoca, si torna alla città concreta. La realtà di Venezia ha ispirato innumerevoli scrittori e artisti. Attirati dall’immaginario creato dalle parole e dalle figure di chi l’ha decantata nella finzione, si torna alla Venezia “vera”, da turisti o in luna di miele.
Il tema principale resta il Viaggio, con la sua deformazione facile: il turismo di massa. Ad Augé bastano poche frasi, parlando di Disneyland, per riassumere le caratteristiche di questa deformazione: «[Disneyland] ci offriva uno spettacolo in tutto e per tutto simile a quello che c’era stato annunciato»; «Si va a Disneyland per poter dire di esserci andati e fornirne la prova. È una visita al futuro anteriore che trova tutto il suo senso più tardi, quando si mostrano le foto […] che il piccolo ha fatto del padre che lo stava filmando, poi i film del padre, a riprova». E con Center Parcs, la cupola tropicale, troviamo, nuda e pura, la filosofia del viaggiatore postmoderno: «La curiosità umana è senza limiti, in un certo senso, ma ama sentirsi al chiuso».
Per Augé bisogna «imparare di nuovo a viaggiare», «imparare di nuovo a vedere» e a cercare .Oggi Il mondo ci viene incontro. Raramente lo si va a scoprire, quando la realtà può essere a portata di mano, pagando. Le agenzie turistiche vendono percorsi stabiliti, mascherati da viaggi, comodissimi soggiorni, paradossalmente in alcuni casi al limite del rischio. «[…] per i più avventurosi, qualche leone kenyota fedele all’appuntamento fissato ogni sera da un’abile guida». Ciò che si compera da questi mercanti di immagini sono dei “Tour”, cioè dei “giri” dei luoghi più tipici di un paese in un arco di tempo brevissimo. Se il senso e la poesia del viaggio si stanno smarrendo, bisognerebbe ri-educarsi a viaggiare, a vedere, a cercare. Possibilmente fuori (o al di là) delle proposte preconfezionate del turismo organizzato. Non serve partire soli all’avventura fuori da ogni rotta: basterebbe essere coscienti di quello che ci viene venduto e valutare con un minimo di senso critico. Ma come adeguare questo «ritrovamento del viaggio» ai quindici giorni, o al mese di ferie annuali? Attuare una scelta tra il vicino e il lontano, dice Augè: «Forse quelli che il reddito condanna a non allontanarsi troppo sono i più attenti alla poesia del viaggio». Altri partono invece verso mete esotiche: «per far provvista di sole e di immagini, essi si espongono nel migliore dei casi, a trovare solo ciò che si aspettavano». Si riempiono di pseudo- ricordi, che nella maggior parte dei casi rimangono confusi, privi di nome e di sfondo, per un sovraccarico di immagini giunte in un tempo troppo breve.
Viaggiare, dunque, è scoprire. Se oggi è ancora possibile provare la sensazione della scoperta in un mondo, sembra, interamente sezionato, ognuno potrebbe farlo secondo i propri parametri di gusto e la propria immaginazione, senza lasciare che il proprio immaginario divenga arido e viziato da comodi tutto-compreso in offerta speciale.