n. 1 - giugno 2000

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Musica, cinema, natura e...

di mirko visentin

Prendere un'associazione, dividerla in più gruppi di lavoro ed affidare ad ognuno di essi un ambito socio-culturale in cui operare. Questo l'ambizioso scopo che si sono imposti i ragazzi di Al suq - la neonata associazione culturale giovanile di Quarto d'Altino. Con i seguenti risultati… Tutto ebbe inizio dal gruppo Naima, nato dalla passione per la musica di una manciata di amici in un paese che non offriva loro né la possibilità di suonare in pubblico, né quella di provare… in privato. Insisti insisti, aspetta aspetta, le cose cominciarono a girare per il verso giusto (benedetta volontà politica...); e mentre, da un lato, un'aula dell'ex scuola elementare de Le Crete veniva trasformata in quella che tutt'ora è la sala prove gestita dallo stesso gruppo - ma aperta a tutti! -, dall'altro lato prendeva progressivamente forma il sogno di far suonare a Quarto la gente di Quarto. Prima una serata jazz dall'atmosfera molto intima (Mimmo Santaniello Trio, gennaio 1999), poi un weekend all'insegna della musica giovane, in cui dare la possibilità ai gruppi emergenti del paese di cimentarsi con una strumentazione professionale e... un parcheggio di gente (Week&roll '99, agosto '99), per finire con una seconda fine-settimana musicale interamente dedicata al jazz, comprendente una guida all'ascolto (impreziosita da esemplificazioni live) e due concerti, gentilmente ospitati ed offerti da due locali del paese (Week&jazz 2000, marzo 2000). Nel frattempo "quelli di Naima" avevano ampliato i loro orizzonti in due altre direzioni: quella cinematografica e quella naturalistica. La prima veniva battuta dal gruppo Amarcord (in omaggio a Federico Fellini...) che, recuperando passate esperienze di cineforum, faceva ingresso in società con una rassegna dal titolo Inchiostro in celluloide: un percorso di quattro film col quale delineare ed indagare il rapporto letteratura-cinema in Italia. La seconda direzione, invece, li catapultava fuori sia dai cinema che dai music-pub alla riscoperta del piacere del viaggio come disposizione interiore a guardare nel profondo un paesaggio in continua trasformazone, e ciò grazie ad uscite di gruppo effettuate con utilizzando mezzi il più possibile in sintonia con la natura (a piedi, in bici, in kayak, etc.) nonché maggiormente adatti a "guardare il viaggio". Quale nome migliore, per questo terzo gruppo, se non Camminando? Tutto qua? No di certo!, perché l'associazione al suq, oltre a collaborare col Progetto Giovani Donchisciotte promosso dall'Assessorato alle politiche giovanili del Comune di Quarto d'Altino, si occupa della redazione di questa rivista. Come si vede... lavoro ce n'è per tutti: anche per voi! Chi volesse ulteriori informazioni può passare - o telefonare - in Biblioteca nei pomeriggi di Lunedì, Martedì, Giovedì e Venerdì, o lasciare un messaggio alla casella di posta elettronica: alsuq@inwind.it. [non più attiva. N.d.C.]

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Don Chisciotte: un progetto giovani per Quarto

di daniela millini & mirko visentin

Intendiamoci: dietro l'espressione progetto giovani non intendiamo nascondere né la volontà di progettare la vita ai ragazzi di Quarto, né tantomeno quella di prevenire il loro disagio. Insomma: nessun proponimento scientifico, nessuna impostazione da clinica o comunità di recupero. Tuttavia, una tossica dipendenza da linguaggio sociologico mista al tipico formalismo imposto dalle istituzioni ci ha spinto ad utilizzare queste due parole - progetto giovani -, nella speranza che agli occhi dell'adolescente scettico e ribelle possa bastare il vero nome di questo progetto, Don Chisciotte, a sdrammatizzare il tutto. "Perché Don Chisciotte?", si chiederà invece l'adolescente meno ribelle ma più curioso - e forse anche interessato. Un po' perché suonava bene, ma più che altro per evitarci di affrontare la questione come fosse un problema gigantesco, quando in realtà non lo è. Così, infatti, la memoria collettiva ci ricorda Don Chisciotte: un cinquantenne mezzo matto che, invasato dal mito degli eroici cavalieri medievali, andava in giro scambiando gli osti per castellani e i mulini a vento per giganti, finendo ogni volta pesto e malconcio, e tutto nella speranza assurda di far trionfare la giustizia in un mondo ormai moderno e realisticamente rozzo e brutale. Ebbene, noi non vogliamo fare il solito errore di giudicare i ragazzi di Quarto come un branco di idioti rincoglioniti e demotivati, capaci solo di girarsi una canna seduti sullo schienale di una panchina o di starsene stravaccati al tavolino di un bar. Anche chi vi scrive è cresciuto tra le panchine dei giardini e i tavolini del Bif (sorvoliamo sulle canne…), però adesso è qui, da un lato a proporvi una serie di servizi utili e di iniziative divertenti e per lo più gratuite (i concerti, l'informagiovani, la sala prove, l'internet point in biblioteca, le rassegne cinematografiche, le escursioni, etc.), dall'altro pronto ad accogliere le vostre critiche, le vostre proposte… insomma: la vostra presenza. E se questo non dovesse avvenire, se il giovane altinate medio snobbasse anche questa ennesima possibilità che gli viene data di spendere il proprio tempo libero in modo più sano, costruttivo e intelligente, se - insomma - scoprissimo che i mulini a vento possono in realtà trasformarsi in giganti imbattibili, allora ci aggregheremo ai tanti Don Chisciotte e Sancio Panza che battono - poveri illusi - i sentieri della Mancia.

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Alla scoperta della laguna-nord

DA SANTA MARIA DI PIAVE A LIO MAGGIORE

di francesco millini

Il modo migliore per addentrarsi nell'ambiente lagunare è senza dubbio una delle tante imbarcazioni tradizionali a remi, o più semplicemente un kayak da turismo. Tuttavia, le difficoltà logistiche e tecniche connesse all'organizzazione di un'uscita in barca ci porta a circoscrivere per ora il ventaglio delle possibilità alle vie percorribili a piedi o in bicicletta. Tra queste una in particolare può costituire un'efficace introduzione agli spazzi della laguna-nord di Venezia. Si tratta della strada sterrata che, partendo dalle rovine di Torre Caligo - situata a poche centinaia di metri da Santa Maria di Piave, all'estremo limite est della gronda lagunare - raggiunge la località di Lio Maggiore. Questa strada si snoda per una lunghezza di circa 15 km fiancheggiando il canale Caligo, tra laghi palustri e barene, offrendo un panorama unico su tutte le maggiori isole di questa sezione della laguna veneziana. Oltre che per l'aspetto geografico, l'itinerario è notevole tanto per quello naturalistico che per quello storico. Dal primo punto di vista vi si può rilevare la presenza di tutte le specie florofaunistihe tipiche dell'ambiente lagiunare. Una delle caratteristiche della laguna è infatti la sua sostanziale uniformità. Si potrebbe anche parlare di monotonia, ma quest'espressione forse non rende adeguatamente la complessità dell'ecosistema lagunare, costituito da un'estrema molteplicità di forme viventi, né tantomeno la grande influenza che i fenomeni più generali come le marèe o i loro cicli stagionali esercitano sul suo delicato equilibrio. È proprio dal peso che tali processi esercitano sull'ambiente lagunare che bisogna partire per introdurre la storia di questi luoghi. Il punto d'arrivo dell'itinerario, Lio Maggiore, era nel 90 d.c. - come riferisce Marziale - un importante porto di collegamento tra il litorale e l'entroterra veneto. Il canale Caligo costituiva a quell'epoca la via d'acqua seguita dalle imbarcazioni per realizzare tale collegamento. Sepolti sotto un metro e mezzo di limo riposano i resti dell'antico porto. Sulla superficie sono invece rinvenibili i ruderi delle sette chiese che durante il corso del medioevo facevano di Lio Maggiore addirittura una sede vescovile. La decadenza e l'abbandono di questi luoghi in seguito al fenomeno dello sprofondamento degli strati superficiali (bradisismo) determina il loro attuale aspetto. Ora Lio Maggiore è un piccolo centro di pesca e orticoltura che, se osservato troppo in fretta, non fa certo sospettare un passato così luminoso.

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RUBRICA.COM'è ANDATA?

Resoconto di un cineforum quasi ignorato

di roberto cesaro

Cosa avranno di tanto importante da fare il mercoledì sera dopo cena gli Altinati vecchi e nuovi, ed in particolare i più giovani? Me lo sono chiesto anch'io dopo aver contribuito ad organizzare con l'associazione Al suq il cineforum che si è svolto alla scuola media di Quarto per quattro mercoledì alternati, dal 2 febbraio al 15 marzo scorsi. Me lo sono chiesto e continuo a chiedermelo perché non mi spiego una così scarsa partecipazione di pubblico (massimo quindici persone) ad un'iniziativa molto interessante e completamente gratuita. Si trattava di vedere, con un videoproiettore di buona qualità, quattro film recenti girati da registi italiani e tratti da romanzi e racconti di autori italiani. Film divertenti ma profondi per riflettere senza annoiarsi su alcuni aspetti dell'Italia di oggi. Tutti giù per terra del 1997 è stato il primo film proposto, con la regia spettacolare di Davide Ferrario, tratto dall'omonimo romanzo di Giuseppe Culicchia, che è uno dei più promettenti giovani scrittori italiani. Secondo film L'ultimo capodanno (1998) di Marco Risi, tratto da un racconto di un altro giovane scrittore forse "cannibale" e pulp, ma sicuramente molto intelligente, che è il romano Niccolò Ammaniti. Due film proposti in questo cineforum perché, a parere degli organizzatori, particolarmente interessanti ma discriminati dalla distribuzione e poco visti dal pubblico. Terzo film, forse il più conosciuto anche perché passato più volte in televisione, La scuola (1995) di Daniele Lucchetti, tratto da alcuni racconti di Domenico Starnone. Infine, Viva San Isidro di Alessandro Cappelletti, tratto dal mini-romanzo San Isidro Futbòl di Pino Cacucci. Possibile che la scarsa affluenza di pubblico sia stata determinata solamente da volantini e manifesti pubblicitari un po' troppo sobri ed eleganti?

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Week&jazz 2000: quando il jazz diventa facile

di andrea longato

Il Jazz costituisce sicuramente una delle espressioni musicali più ricche e complesse della storia dell'uomo, un genere musicale suggestivo, emozionante, coinvolgente nelle sue mille sfaccettature, che è basato tanto sull'abilità tecnica degli strumentisti quanto sulla loro intesa: il "feeling" è infatti un elemento indispensabile in un tipo di musica che ha come scopo principale quello di arrivare all'anima di colui che ascolta. Una delle caratteristiche peculiari e più importanti di questa musica è la sua comprensibilità a tutti i livelli, il suo non essere meta di appassionati "musicofili", la sua spontaneità che coinvolge chiunque persona: sono tutte particolarità riconducibili al carattere popolare del Jazz, peraltro riscontrabile in quelle che sono le sue radici. Sono quindi da apprezzare quei progetti che hanno come scopo la sensibilizzazione della gente riguardo questo genere che ha così tanto da offrire: uno di questi è stato il Week&jazz, un appuntamento di tre serate che ha coinvolto ospiti di spicco, capaci di illustrare, abbinando al loro sapere professionale e alla loro competenza una grande semplicità e capacità comunicativa, i numerosi aspetti del Jazz. Talvolta, infatti, l'atto di ascoltare viene realizzato in maniera superficiale, quando invece si raggiunge un considerevole livello di comprensione, si è in grado di cogliere le mille sfumature celate dietro ogni esecuzione, tutte considerevoli e peculiari. È stato proprio questo lo scopo della prima serata, all'interno della quale un folto e variegato pubblico ha potuto assistere all'eccellente spiegazione di Marc Abrams riguardo i principi fondamentali di un brano jazz: la sua scansione ritmica ed armonica, il ruolo che al suo interno spetta ad ogni strumento, i vari modi usati dai musicisti per comunicare durante l'esecuzione, etc. Abile strumentista ed insegnante coinvolgente, Abrams con grande semplicità ha saputo far risaltare l'importanza di elementi quali il ritmo e la melodia nell'ambito di questa musica, alternando le sue spiegazioni con l'ascolto di alcuni pezzi, seguiti a loro volta da un'analisi ed un studio secondo i parametri precedentemente illustrati. La dimostrazione pratica di questi concetti non è stata completamente affidata all'ascolto di nastri, ma anche alla breve esecuzione da parte di Marc, al contrabbasso, Paolo Vendramin, alla batteria e David Boato, alla tromba, di alcuni "standard" o solamente di piccoli inserti con lo scopo di agevolare la comprensione di concetti teorici. Il successo della serata si è potuto riscontrare in un pubblico entusiasta, pur nelle sue differenze interne che tuttavia non hanno costituito un ostacolo nel convenire tutti su quanto il Jazz sia bello ed interessante. La seconda serata si è svolta presso il locale Piero's Snack, dove si è potuto assistere ad un'esibizione del Biglia Quintet, un complesso di cinque musicisti (strumenti) che hanno deliziato il pubblico con l'esecuzione di numerosi standard (ho potuto infatti riconoscere un pezzo del grande trombettista Chet Baker). Si è rivelato molto stimolante valutare il diversissimo approccio di ognuno di questi strumenti con la musica, una musica coinvolgente che ha denotato il grande feeling tra i musicisti quanto la loro grande abilità tecnica e la loro sensibilità musicale: improvvisare non vuol dire dare un inconcludente sfoggio delle proprie capacità tecniche, di un virtuosismo fine a sé stesso, ma sapersi adattare all'andamento del pezzo, creare un fraseggio comunicativo e significativo; e la prova di questo la abbiamo avuta sul palco. Interessanti sono stati i dialoghi di tromba e sassofono: diversi per timbro e soluzioni melodiche, entrambe significative e trascinanti. Le loro evoluzioni sonore sono state supportate da un eccellente sezione ritmica, solida, ma anche dinamica, estrosa e creativa. Mi sono potuto rendere conto, guardando il quintetto all'opera, quanto nel Jazz sia importante la dinamica del suono, sia nella realizzazione del tema, che negli assoli: una sapiente modulazione del volume costituisce un mezzo di espressione importantissimo e quindi non trascurabile. Il Jazz è un genere difficile da suonare e richiede un livello tecnico elevato, che non deve però sublimare l'anima: la comunicazione avviene per mezzo di essa. L'appuntamento con il Jazz non si poteva chiudere in maniera migliore: nell'ultima serata (nel locale Il Caffèlatte) si è esibita una formazione d'eccezione, che prevedeva Marc Abrams al contrabbasso, Paolo Vendramin alla batteria, David Boato alla tromba e Paolo Birro al pianoforte, un'ospite veramente speciale. Si dice che quest'ultimo nell'anti-concerto avesse studiato la tastiera memorizzando i tasti da evitare, e che avesse poi strutturato la sua esecuzione attorno a quegli stessi limiti. Incredibile ma vero. Hanno suonato per circa due ore, dando dimostrazione di superba abilità tecnica ed esperienza. Si è concluso così questo interessante appuntamento che, a mio avviso, si è rivelato non solo un importante ed un piacevole momento di ricreazione, ma anche una valida esperienza formativa. Quindi, lunga vita al Jazz!

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