n. 3 - dicembre 2000

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Editoriale in forma di articolo

di mirko visentin

In questo nuovo numero si parlerà molto - ve lo anticipo - di letture e riletture: non si tratta di un caso, in quanto i collaboratori che ruotano attorno ad al suq hanno - purtroppo per voi... - un legame parecchio stretto col mondo-libri. Chi invece vorrebbe leggere ma, per motivi di tempo, ora come ora non ci riesce è il sottoscritto; il quale tuttavia utilizzerà il piccolo spazio dell’editoriale - dilatato per l’occasione - per una personale rilettura a un anno dalla partenza dei due progetti paralleli che ha seguito nel nascere e che ha contribuito a far nascere: l’associazione da cui trae il nome questo giornale e il progetto giovani che lo appoggia e lo finanzia. A ben vedere, più che di rilettura si dovrebbe parlare di bollettino di guerra:

"cade sul campo per mancato arrivo dei rinforzi il gruppo Camminando (per capirci, quello preposto alle escursioni naturalistiche e paesaggistiche allo scopo di recuperare il più intimo concetto di viaggio); risulta ancora disperso a seguito di una azzardato tentativo di incursione il gruppo Amarcord (ossia quelli del cineforum...); vaga solitario e senza meta per i sentieri della Mancha, ormai stanco di lottare contro i mulini a vento, il generale Don Chisciotte; fanno ritorno alla madre patria, vincenti nel proprio campo di battaglia ma rimpiangendo i compagni perduti, il gruppo Naima e al suq...".

Sebbene convinti di stare a vivere una "vittoria mutilata", ci comporteremo come gli alti vertici italiani alla fine della Grande Guerra: non parliamo dei vinti - i nostri vinti -, elogiamo bensì i vincitori.

Se in questo momento state tenendo in mano, aperto davanti ai vostri occhi questo foglio da cui vi parlo, oppure state clickando nei vari links del sito alsuq.cjb.net (che da settembre ha già avuto più di cento visite) il merito è di quelle persone che hanno risposto all’invito di collaborare alla sua periodica e puntuale uscita avanzato nei due numeri precedenti. Come vedrete voltando pagina, i contributi non giungono sempre dalle stesse persone, segno che - seppure davanti alla porta virtuale della nostra redazione non ci sia la fila di persone che ci implorano di pubblicare il pacco di articoli che ci sventolano in faccia - esiste ancora qualche giovane con la voglia di dire la propria... mettendola nero su bianco (e ovviamente prendendosi le proprie responsabilità). Lunga vita, quindi, ad al suq.

E lunga vita a Naima, che proseguendo nel suo progetto di dare spazio ai giovani "musicisti" del paese proprio in questi giorni, dopo un periodo di acrobatico lavoro di pulizia e insonorizzazione (per cui ringrazio Ale, Fabio, Leo, Matteo e Valter), riapre i battenti della sala prove di Le Crete: sempre più frequentata e richiesta (ma purtroppo non tenuta pulita dagli usufruttuari...), pur se ancora modesta per strumentazione.

Questi i sopravvissuti. Io personalmente non ho più intenzione di perder tempo a rianimare i morti. Se qualcuno fosse intenzionato a fare la propria scommessa, si accomodi: a lui la parola...

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Libri

Ovvero: "vuoi vedere che servono a qualcosa?"

di filippo pavan

A Glasgow (Scozia), all’interno di un imponente palazzo di stile neoclassico, vi è una tra le biblioteche pubbliche più grandi e fornite che voi possiate visitare. Pure in un caldo pomeriggio di Ferragosto, nelle numerose sale disposte sui cinque piani dell’edificio, si possono incontrare molte persone intente allo studio o alla semplice consultazione dello sterminato patrimonio librario messo a disposizione della collettività. Una volta usciti e ripresi dallo stupore, è probabile che la vostra attenzione venga attratta da un grande manifesto appeso alle colonne di quell’impero del sapere. Su questo sono raffigurati tre omini stilizzati, di cui uno solo colorato. Sotto a questi sta scritto più o meno così: "Un abitante su tre usufruisce della biblioteca. Entra e guarda cosa si perdono gli altri due". Io l’ho trovata un’idea semplice ma ingegnosa.

Mentre venivo folgorato, però, uno spiritello burlone deve aver preso il controllo dei miei neuroni; non mi spiego altrimenti l’essersi materializzata nella mia testa l’ipotesi di utilizzare una simile pubblicità per la nostra biblioteca civica. Perché questo non avrebbe senso è presto detto. Cosa ci sarà da perdersi, nella desolante miseria che la biblioteca di Quarto d’Altino offre? Mai provato, per esempio, a cercare qualcosa di un certo Eugenio Montale? Beh, non fatelo: sprechereste solo tempo. Avete sempre avuto la curiosità di leggere i ‘Canti Orfici’? Comprateveli, poiché a Quarto Dino Campana non sembrerebbe degno di essere letto (vuoi mettere Susanna Tamaro o il libro del Papa?). Camillo Sbarbaro tocca le corde più intime della vostra sensibilità? "Spiacente non l’abbiamo. Ma, se posso consigliare, ecco l’ultimo di Wilbur Smith". Considerate Sandro Penna uno dei più grandi poeti del ‘900? Personalmente non posso che concordare…ma se è in biblioteca che volete trovarlo è meglio che dirottiate su mediocri storielline ambientate nell’antico Egitto. Per non parlare dell’assoluta mancanza di saggi critici; della frammentarietà delle sezioni dedicate alle letterature straniere:quella americana è in pratica totalmente composta dalla feccia degli scribacchini contemporanei, come King, Grisham, Irving, Clancy ( ! ); dell’assenza di alcuni autentici monumenti letterari come il ‘Faust’ di Goethe!!! E poi - basta! Continuare sarebbe impietoso e inutile. Più costruttivo considero, invece, esortare il gentile lettore a toccare con mano il problema. Andate a visitare questa nostra biblioteca e segnalate le mancanze che riscontrate: c’è ( o meglio c’era, dal momento che non lo si vede più ) un apposito quaderno dove poter sollecitare l’acquisto dei libri desiderati. Qualcuno potrà obiettare che le richieste degli utenti rimangono pressochè inascoltate. E come potrei negarlo, dal momento che io stesso l’ho sperimentato?

Ma questo non può costituire un alibi per nessuno: in un sistema democratico, tutti devono sentire in prima persona la responsabilità delle inefficienze e il DOVERE ( prima che diritto ) di esprimere un’opinione. E’ ora di finirla col rivolgersi al comune solo quando è tempo di asfaltare la strada di fronte a casa propria. Così, quando ci arrovelliamo ( nel caso accada ) sulle cause recondite di fenomeni come i sassi dai cavalcavia o i milioni di esseri umani genuflessi alla serratura di dieci babbei volontariamente reclusisi, chiediamoci se un qualche peso non ce l’abbia la scarsa considerazione di cui gode la cultura oggi.

‘Chi è causa del suo mal, pianga se stesso’ ebbe a dire un tale... anche lui, probabilmente, destinato a naufragare nell’ormai sterminato mare dei Carneadi.

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In Viaggio

di giorgio galli

Il significato del viaggio è probabilmente la realizzazione del desiderio di conoscere che ogni essere umano ha dentro di sé; cosa, se non la curiosità, ha rappresentato e rappresenta il "motore" vitale e quindi l’espressione più concreta di questo "sentimento"? In questa direzione e con questi presupposti ho affrontato anche l’ultimo dei miei piccoli viaggi. Già da qualche mese avevo progettato di trascorrere le mie ferie in barca a vela. Dopo aver risolto ciò che riguardava organizzazione e logistica mi sono ritrovato ad iniziare uno dei più bei periodi della mia vita, non solo per l’arricchimento tecnico che riguarda "l’andare per mare" ma soprattutto per lo scambio umano con le persone che hanno partecipato a questa crociera e delle quali non sapevo assolutamente nulla. Quanti, una volta nella vita, non hanno pensato di "mollare tutto", di lasciarsi alle spalle una vita non proprio brillante o semplicemente annoiata? Io per primo ho trascorso mesi con questa idea nella testa così come molte delle persone che conosco; spesso, quindi, ho commesso l’errore di "puntare" tutto su brevi periodi che investivo dei miei piccoli problemi/insoddisfazioni, pensando di ottenere "acconti" di una vita che apparentemente poteva sembrare quella ideale ma che non avevo mai avuto il coraggio di raggiungere con una scelta veramente radicale. In realtà, come cita uno dei navigatori della competizione OSTAR (Observer Single handed Transatlantic Race) svoltasi nel 1976 tra Plymouth (Gran Bretagna) e Newport (Stati Uniti), l’illusione che la solitudine sul mare sia il toccasana per risolvere i propri problemi esistenziali, per trovare il proprio equilibrio psichico e morale, per "vedere in se stessi", se mai l’avevo avuta fu la prima ad abbandonarmi. Chi la conoscenza di se stesso non riesce a farsela a casa sua, in mezzo alla gente, secondo me, non ha nessuna possibilità in più di riuscirci da solo, in mare. Sicuramente non ho mai pensato di andare ad attraversare l’Oceano Atlantico in solitaria in barca a vela ma certamente (in modo meno coraggioso) ho desiderato vivere periodi della mia vita solo con me stesso da qualche parte in mezzo alla natura per tentare di capirmi. Vi confesso che di me stesso ho capito veramente poco se non che la nostra vita è un cammino. Camminate gente, camminate.

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Tutti in classe!!

Cronache dal fronte Scuola

di daniela millini

Credetemi, può essere estremamente problematico varcare la soglia di una scuola come docente, dopo averci passato una vita come discente. Ritrovarsi dall’altra parte della fatidica barricata, per quanto si sia magari convinti di averlo desiderato per anni, può rivelarsi più "traumatico" - e senz’altro più faticoso - di quanto lo siano stati gli anni passati ad arrabattarsi faticosamente ma beatamente nell’ignoranza di cui si gode e si soffre quando si è studenti. Prima impasse, fondamentale: nel nostro cosiddetto Belpaese nessuno si prende la briga di insegnare seriamente o di insegnare agli aspiranti docenti. E per quanto si possa amare appassionatamente la materia che si vorrebbe insegnare, per quanto si ritenga di conoscerla intimamente - questo, non e sufficiente per essere un buon insegnante. Certo, costituiscono indubbiamente degli ottimi prerequisiti, ma non ti trasformano magicamente in qualcuno in grado di trasmettere efficacemente le proprie conoscenze - e, soprattutto, capace di originare negli altri amore ed interesse per le stesse. Anche la più completa ed approfondita padronanza di una disciplina difficilmente ti offre il ben che minimo indizio riguardo alle difficoltà che si possono incontrare nel farsi accettare umanamente, prima ancora che come insegnante, da quei simpatici, variegati, e spesso molto mal assortiti, agglomerati umani che vengono comunemente definiti classi... E allora - che fare? Documentarsi. Aggiornarsi. Leggere intere biblioteche di pedagogia, didattica, psicopedagogia ecc. ecc. ecc. Utilissimo, interessantissimo. Qualche volta persino gratificante, perché può capitare anche di scoprire che, a livello di puro istinto (di sopravvivenza?), inopinatamente, ti è capitato di fare la cosa giusta - la cosa "tecnicamente, scientificamente appropriata". E poi? Non è mica finita qui. L’insegnante moderno non ha pace. Con la testa ben imbottita di vaghissime e spesso ben confuse pseudoconoscenze in psicoquesto e socioquello e team e management, si lancia a capofitto in meravigliosi corsi, laboratori, aggiornamenti vari tenuti il più delle volte da degnissime persone - docenti universitari, esperti del settore - tutta gente che, rigorosamente, non mette piede in un’aula straripante di bambini o ragazzini da almeno una decina d’anni (sempre che abbiano mai provato l’ebbrezza dell’esperienza...) Però è bello: si ha l’occasione di scambiare opinioni e condividere esperienze, autovalutarsi, rinnovarsi, discutere confrontarsi, proporre - passare un paio d’ore alla settimana in un’atmosfera stimolante e qualificante. Tonificante, addirittura, in certi casi. Peccato che le soluzioni, le metodologie, gli approcci che appaiono cosi perfetti nella meravigliosa situazione asettica di un laboratorio o della pagina di un libro non si rivelino sempre altrettanto agevolmente praticabili in un diverso contesto di realtà meno virtuale. Il bambino, il ragazzino, la classe che ti pongono il problema tale nel giorno tale dell’anno tale non sempre ti lasciano il tempo di analizzare tranquillamente il tutto e di rielaborarlo secondo i più moderni approcci didattico-educativi sfornati magari dal solito paese di area anglosassone o russa o comunque culturalmente estremamente diverso e lontano, dal nostro...

Tuttavia, questo monumentale bagaglio teorico di "varie ed eventuali" non è del tutto inutile. Cultura personale, intanto. Educazione permanente. E "last but not least", supporto psicologico. Per gli aspiranti insegnanti, chiaramente. Una volta entrati nell’Arena, avere alle spalle tanti secoli di scienze dell’educazione sarà loro senz’altro d’aiuto per evitare di abbandonarsi poco professionalmente all’istinto primordiale e liberatorio di buttare fuori dalla finestra qualche piccolo dolce indifeso - fetente - cucciolo d’uomo che testardamente si ostina a non volerne sapere di tutte le cose utili e meravigliose che potrebbe apprendere, e preferisce invece, inspiegabilmente, dilettarsi a rompere le scatole ai limiti dell’umana sopportazione... Lo fa in modo estremamente creativo, magari, il caro angioletto - questo bisogna riconoscerglielo. E l’insegnante, che sa quanto sia importante alimentare la creatività e sostenere l’autostima e la fiducia in se stesso della piccola peste - quanto possa essere pericoloso, creare anche la benché minima frustrazione alla sua fragile emotività (?!?) - tenta giustamente e disperatamente di offrirgli tutta la sua disponibilità e comprensione... Le prova tutte (soprattutto se è alle prime armi) - dal metodo Gordon all’approccio umanistico-affettivo, dal problem-solving al lavoro di gruppo... Ma dopo qualche tempo, comincia ad avere qualche tentennamento - gli sorge il dubbio di essere un tantinello troppo disponibile e comprensivo ( "Ma questi non capiscono proprio niente, non si interessano a niente, non apprezzano, non ascoltano... Ma che c.....aspita ci vengono a fare a scuola?) L’ipotesi di eliminare fisicamente il "nemico", per quanto allettante, va senz’altro scartata... Memore dei tempi in cui egli stesso andava a scuola, l'insegnante scivola - temporaneamente, solo temporaneamente - nell’espediente delle note, dei compiti aggiuntivi, dei ricattini, nella subdola tattica del bastone e della carota... Si sente un verme. Non si verificano insurrezioni popolari da parte degli alunni o genitori degli stessi...Tutto va bene, liscio come l'olio - nessun problema. I pargoli, un po’ dubbiosi, fingono prudentemente di aver capito "la lezione". Si sente un verme lo stesso. Riparte alla carica con quanto ha imparato sulla comunicazione efficace e tutto il resto dell'ambaradan... Senza nemmeno accorgersene elimina istintivamente gli orpelli e i fronzoli - tutto ciò che (per quanto allettante) non ha, e non potrà mai aver nulla o che fare con quella classe, quei ragazzi - quella realtà. Forse non lo sa ancora, ma è sulla buona strada. Se non altro, è finalmente entrato in classe, da solo. Diamogli una chance.

Il resto, alla prossima puntata...

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El "vecio parlar" de Quarto

Vecchi e nuovi modi di chiamare le cose a Quarto

di mirko visentin

In "Ungheria libera", a Casale sul Sile, nello stesso filare di case in cui abitavano i miei nonni, viveva un’anziana vedova, la quale, ogni volta in cui vedeva mia mamma, la pregava di portare i suoi saluti alla figlia, lei che abitava a San Micèl. Ogni volta. Al punto che ne era nata una barzelletta. Ma la cosa suscitava in me, fanciullo, ancor più ilarità in quanto pensavo: ma com’è possibile che mia mamma, che abita a Quarto, possa incontrare con tanta facilità una che abita a San Micèl vècio? Forse al mercato? In realtà non sapevo che quella stessa persona abitava anche lei a Quarto; così come non sapevo che i "vecchi" di Quarto e dei d’intorni distinguevano – e distiguono tuttora – un San Micele vècio da uno nòvo, che sulla carta – e forse anche sulla bocca del popolo – non è mai esistito, ma che in pratica corrispose un tempo al nuovo centro di San Michele del Quarto, quale già nella seconda metà ’800 andava formandosi attorno alla nuova chiesa (iniziata verso il 1850 e inugurata nel 1905) e a pochi passi dal punto in cui la linea ferroviaria Venezia-Trieste incrociava il fiume Sile, e che solo un secolo più tardi (esattamente nel settembre del 1946) veniva battezzato col nome di Quarto d’Altino.

Non è difficile indagare i motivi di un tale processo. Oramai il centro aveva assunto una certa importanza socio-economica, elevandosi rispetto al vecchio insediamento più a ovest, verso Casale sul Sile. Nei pressi della nuova chiesa – aperta al culto nel 1905 – già sorgeva il municipio con annesse scuole e un po’ più in là (nello stabile ora occupato dall’asilo parrocchiale) l’ufficio postale, mentre più a sud, verso Le Crete, era attiva già dal 1900 la stazione ferroviaria. Di contro, il vecchio centro di San Michele del Quarto era oramai ridotto a poca roba: la chiesa era stata smantellata per tirar su quella nuova ed il cimitero era stato un po’ alla volta trasferito dopo il sottopasso, verso Trepalade.

Ma perché oltre al sito, cambiare al paese anche il nome? A ben vedere il nuovo nome rinnovava il toponimo che fin dal medioevo aveva rivaleggiato con quello principale, relativo al santo protettore del paese ("in san Michele, che è detto Quarto" cita un documento del 996 d.c.); tuttavia l’aggiunta di d’Altino, se da un lato completava quell’altrimenti anonimo aggettivo numerale (San Michele, infatti, doveva essere sorto in origine nei pressi della pietra miliare che segnava il quarto miglio dalla città di Altino), dall’altro, ponendolo in relazione con un’importante città preromana e romana quale era stata Altino, metteva in risalto un centro vecchio neanche mezzo secolo e altrimenti privo di storia.

Tuttavia il caso di conservazione linguistica in fatto di toponomastica secondo me più curioso resta quello legato all’agosso, ossia al nome che la via Claudia Augusta acquistò già in periodo tardo medievale e che si portò dietro fino a quando, nel gennaio del 1942, sull’onda della pubblicazione dei risultati dei rilievi effettuati tra il 1936 e il 1937 dallo studioso A. De Bon attorno all’antica area urbana di Altino, perse il nome col quale era giunta ai pochi, ignari contadini della zona. Al di là del ritorno al mito della Roma anticha – tipico del regime fascista – anche dietro a questo caso di rinominazione stradale ci starebbe l’intenzione di ridar lustro a quella che fino ad allora era sembrata una normalissima strada di campagna, e che ora invece si scopriva essere la traccia residua dell’importante strada militare romana che collegava in origine Altino ad Augusta; o forse meglio la volontà di dare ulteriore lustro al neonato paese di Quarto d’Altino.

Lascio ad altri l’onere di far luce sull’origine del toponimo Agozzo/Lagozzo (o meglio Agosso/Lagosso), ossia di definire una volta per tutte se si tratta dell’esito dialettale della seconda parte dell’originario nome della strada (agosso dal latino Augustum, da cui anche il mese di agosto), oppure di un semplice derivato del latino lacus (=specchio d’acqua) in relazione alla vasta zona d’acqua che interessava in epoca post romana il basso corso del Sile, attraverso cui appunto correva la strada – o altro ancora.

Per ora ho voluto limitarmi ad osservare un caso – non raro – della resistenza che la semplice ed umile tradizione linguistica di un popolo di contadini (Pasolini l’avrebbe chiamata semplicemente "cultura popolare") ha saputo opporre ad una delle tante ufficialità vanitose che in ogni epoca si sono prese il diritto di interrompere il corso della Storia e di giudicare in quale parte – in quale nome – essa dovesse risaltare maggiormente.

Ringrazio Daniela per l’aiuto datomi nella ricerca dei dati d’archivio, nonché Ivano Sartor dalla cui esperienza e dal cui libro Altino Medievale e Moderna ho potuto trarre utili notizie storiche; ringrazio infine Franco Favaretto, ispiratore di questa mia piccola fatica.

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Intercultura

Nuovi sguardi sull' "altro"

di sara fregonese

La decolonizzazione, la fine della guerra fredda, la caduta del Muro e dell’URSS sono eventi che hanno rappresentato il crollo di grandi sistemi mondiali come imperialismo moderno, comunismo, fascismo, teoria dei "blocchi", e che hanno segnato l’entrata in una nuova epoca di incertezze. Si è configurata una nuova mappa del mondo: un mondo interdipendente e, in molte sue zone, ad esempio le ex colonie, inesplorato dal punto di vista culturale, storico, filosofico. Sono venuti alla luce nuovi movimenti e nuove forze: masse di profughi che si spostano e sfuggono ai controlli dei governi nazionali, nuovi movimenti politici (e non), nuove unità monetarie, nuove espressioni culturali… Per gestire queste forze molte delle categorie politiche, economiche, sociali, e culturali finora utilizzate si rivelano riduttivi e inadeguati.

Questa "nuova situazione" è interdipendente su scala mondiale; ciò che riguarda la dimensione locale o addirittura il singolo, si riverbera a livello planetario: basta pensare alla questione ambientale, di portata globale e contemporaneamente legata alle azioni quotidiane di tutti noi. In una situazione tale, anche le categorie dell’arte, della storia, della filosofia, della letteratura usate da noi "occidentali", "ricchi", "sviluppati" o che dir si voglia, si rivelano "eurocentriche" e quindi riduttive. Da che punto di vista, dunque, si può osservare un mondo interculturale globale? Il processo educativo è fondamentale perché si instauri una nuova coscienza critica, con cui trattare temi come questo e cercare di dare dei giudizi su simili questioni. Non è solamente la propria cultura che bisogna conoscere e studiare: essa va inserita in un contesto più ampio e vario, fatto d'altre, diverse culture e identità che non vivono divise e isolate all’interno di confini ben definiti restando incontaminate, ma che si incontrano ,si spostano, comunicano, si fondono, si scontrano e si modificano creando un mondo che , oggi più di un tempo, è un ibrido di culture e identità. È importante riconoscere che questi "intrecci e sovrapposizioni di storie e territori" (Edward Said, Cultura e imperialismo, 1993, ed. Gamberetti) avvengono in modo non gerarchico, ma casuale, senza ordini precostituiti. Divenire più coscienti circa l’epoca che stiamo vivendo e liberarsi di certi cliché vecchi di secoli quali "occidentale, orientale, bianco, nero" per citarne solo alcuni, "armonizzare il sapere nel campo delle arti e delle scienze con queste realtà dell’integrazione è […] la sfida culturale del nostro tempo," (E. Said). Nessuno di noi è oggi "una" cosa sola; nell’ibrido culturale attuale guardare il mondo in maniera critica significa non assumere solamente il punto di vista della propria cultura, magari considerandola "superiore" a priori. Significa bensì attuare una lettura della realtà all’insegna dell’integrazione e dell’interazione; dell’assenza di pregiudizi e luoghi comuni circa noi e l’altro; della disposizione a modificare la prospettiva nell’osservare e nel comunicare con le altre culture, arrivando anche a mettere in discussione la nostra ,smitizzandone certi aspetti –non per condannarla, ma per comprenderla più a fondo.

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RUBRICA.CONSIGLI D(')AL SUQ

Libri/1.Venessia mia...

Itinerari sconti veneziani

di fabio favaretto

Anche se a soli 20 minuti di treno, molti di noi non conoscono veramente Venezia o addirittura non ci vanno mai. Per chi volesse scoprire la vera Venezia, quella rimasta fuori dai soliti giri turistici (Rialto – San Marco, per intenderci) consigliamo dei libri-guida molto divertenti ed originali. Il primo è Corto sconto (ed. Lizar, £. 19.500). Negli itinerari qui proposti sarete guidati dal celeberrimo Corto Maltese (l’eroe delle storie di Hugo Pratt) in una Venezia magica-ferma nel tempo, dove vi perderete in atmosfere incantate che sanno di mondi lontani e ricordi storici (e le note del libro vi aiuteranno a ricordarli). Tutti i percorsi, poi, sono accompagnati da informazioni su locali dove degustare buon cibo e vino, nella migliore tradizione locale. Per chi ha già invece più conoscenza della città o odia tutti gli schemi precostituiti è più indicata la guida-anti guida Venezia è un pesce dello scrittore veneziano Tiziano Scarpa (ed. Feltrinelli, £ 11.000). Questo libriccino non vi propone nessun itinerario, ma cerca di stimolarvi delle sensazioni da percepire mentre camminate per Venezia. Osservazioni, aneddoti personali, leggende popolari o da bar, episodi storici; il tutto sia per coinvolgervi in una realtà quotidiana che per farvi meditare anche sulle pietre dove state camminando. A chi piace sbevazzare e mangiare, consigliamo invece Venezia, osterie e dintorni di Michela Scibilia (Libreria Sansovino – £20.000), nel quale troverete una rassegna dei molti locali veneziani (per tutte le tasche ed i gusti). Ogni locale è accompagnato da una foto dei gestori e un elenco dei cibi più gettonati e il loro prezzo; inoltre, il tutto è completato da una mappa di Venezia dove sono segnati i locali. Da questo libro la stessa autrice ha tratto il sito internet www.osterie.com. Consigliati entrambi a tutti quelli che odiano i fast-food e non si vogliono far fregare dai locali spennaturisti disseminati nelle zone più turistiche. Quindi... buon viaggio!

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Cucina.Cous-cous ai cavolfiori

Un piatto che unisce sapori nostrani ed esotici, nello spirito mutlietnico del suq...

di dabrina dagnolo

Nell’estate del ’99 un vostro compaesano, Majoub, un ragazzo tunisino, ha preparato per un gruppo di amici dal colore e dalla nazionalità più svariate (tra i quali c’ero anch’io!) una cena musulmana a base di Cous-cous. Per molte ore Majoub ha cucinato, bollendo e sgranando, questo cereale che noi di solito, per praticità, compriamo già precotto. A parte, ha cotto carne e verdure che ha poi aggiunto al sugo di pomodoro ed al cous-cous insaporito di mille spezie. Io ho sperimentato nuovi ed alternativi abbinamenti. L’antico cereale dal sapore neutro, ma delicato, si può infatti “sposare” con molti altri sapori: dalla carne alle verdure, ad entrambe assieme; può essere intinto di salsa di pomodoro o essere servito asciutto.Ecco a voi la mia personale ricetta (e non me ne voglia il caro Majoub!):

Couscous ai cavolfiori
Ingredienti per 4 persone:

Preparazione: In una casseruola portate l’acqua ad ebollizione con l’olio, il sale e le spezie. Spegnete il fuoco e versate il couscous mescolando molto delicatamente. Lasciate per qualche minuto che il cereale si gonfi. Aggiungete due noci di burro (o se preferite, un po’ d’olio) per sgranarlo, con una forchetta, a fuoco lento. Nel frattempo avrete lessato un cavolfiore (o, i cavolfiori) e tagliato a cubetti il formaggio tenero che verserete su un piatto liscio. Disponete su un lato dello stesso piatto anche il cavolfiore, condito semplicemente con sale e pepe. Tostate il couscous in una padella antiaderente e servitelo sopra il formaggio. A piacimento, potrete abbondare o variare nel condimento. Ed ora non mi resta che augurarvi «buon appetito!»

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Libri/2.Ti prendo e ti porto via

L'ultimo romanzo di Niccolò Ammaniti

di roberto cesaro

Attenzione: è in corso un'invasione narrativa. "Fuoco agli integralisti estetici... Scrittori d'alto livello esplodono..." (da Labranca remix). Silvia Ballestra, Rossana Campo, Aldo Nove, Niccolò Ammaniti, Tiziano Scarpa, Isabella Santacroce... sono solo alcuni dei nomi di scrittori che stanno raccontando storie italiane degli ultimi vent'anni. Usano una lingua narrativa nuova e diretta, spesso vicina al parlato, riuscendo comunque ad essere poetici. Hanno creato una nuova armonia di parole mescolando con naturalezza i materiali eterogenei che compongono la loro cultura. La letteratura infatti è solo una tra le fonti che li ispirano, vicino a musica e televisione, cinema e fumetti, oltre naturalmente al vissuto quotidiano: tutti elementi che ritornano nelle loro opere posti esattamente sullo stesso piano, senza discrimini intellettualistici tra alta e bassa cultura. L'ultimo di questi libri che ho letto è Ti prendo e ti porto via di Niccolò Ammaniti (1999, Mondadori): ambientato negli anni novanta ad Ischiano Scalo, paesino immaginario della periferia di Roma dove si incrociano le storie dell'adolescente Pietro Moroni e del musicista play boy Graziano Biglia. Il primo alle prese con una situazione familiare difficile, compagni di scuola violenti e una forte amicizia con la coetanea Gloria; il secondo perso tra notti di fuoco sulla riviera romagnola, new age e droghe sintetiche, innamoramenti destabilizzanti e improbabili progetti familiari. Tutti temi molto attuali, fatti simili a quelli che si possono leggere nelle cronache dei quotidiani o sentire ai Tg, in questo libro però ricreati in una finzione narrativa in cui sono i protagonisti stessi a parlare e raccontare in maniera avvincente e senza i giudizi morali sottointesi dei giornalisti televisivi o della carta stampata. È incredibile come Ammaniti riesca a tenerti attaccato alla pagina, immerso in queste storie che scorrono rapide intrecciando pensieri dei protagonisti ad azioni frenetiche e colpi di scena. Ma non è una lettura di evasione questa: è "letteratura di invasione", nel senso che permette di seguire "dall'interno" storie che spesso ci passano davanti agli occhi senza che riusciamo a vederle veramente così da vicino.

A proposito, come mai tanta riluttanza all'acquisto dei libri di questi autori per la biblioteca di Quarto?

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